MER’E DOMU: UN LIBRO PER PARLARE DI VIOLENZA DOMESTICA

Mer’e domu è un romanzo di Daniela Frigau, e non è un romanzo che parla d’amore.

Questo è un romanzo che da voce alla sofferenza di una donna, Maria, per poter dare voce e spazio alle storie di tutte quelle donne che subiscono ogni giorno soprusi e violenze all’interno della loro casa.

Maria è giovane, bella, molto intelligente e sogna di diventare una insegnante. Pressata dalle aspettative familiari e dal contesto sociale di un piccolo paesino della Sardegna degli anni ‘50, Maria abbandonerà presto il suo sogno per sposare il ragazzo più importante del paese, Salvatore. Bello, ricco, rispettato da tutti. Figlio di una famiglia influente e con un padre da tutti chiamato “su meri”.

La parola meri, in sardo, significa padrone – colui che comanda. La connotazione al femminile o al maschile di questo sostantivo è data dall’articolo da cui è accompagnato. SA meri è la padrona, SU meri è il padrone.

Maria viene cresciuta, educata ed istruita a ricoprire il ruolo a cui tutte le donne del posto ambiscono: diventare una perfetta mer’e domu (padrona di casa e moglie devota).

Il titolo di questo romanzo non esplicita deliberatamente l’articolo davanti al sostantivo “meri”. Perché chi è il vero o la vera padrona di casa? Maria, la sposa, che deve adempiere a tutti i lavori domestici e a tutti i voleri del marito? Oppure il vero padrone è lui, Salvatore, che urla, picchia, pretende, prende e offende, umilia, deride e perseguita?

Non sarà felice, Maria, in questo matrimonio e per sopportare tutto questo dolore arriverà ad annullare sé stessa perché, forse, se lui è così furente in fondo è colpa sua. E’ colpa sua perché non è abbastanza brava, non si comporta abbastanza bene, non è abbastanza bella. E’ tutta sbagliata Maria, così si sente, e vive in una incessante solitudine e nella costante paura.

Ma la realtà è che il comportamento violento, come ogni altro comportamento umano, non è mai istigato. Il comportamento definisce la persona. Un uomo violento non lo è perché “costretto” dalle mancanze della propria compagna, lo è perché la violenza fa parte del suo “linguaggio”. I fatti accadono, la reazione ai fatti invece riguarda la libera scelta di ciascuno di noi…e quella reazione “dice di noi”. La colpa ricade su chi compie l’azione non su chi la subisce.

Fermare il circolo della violenza, tuttavia, per queste donne non è facile. Il senso comune potrebbe definirle masochiste, deboli, codarde. Purtroppo, però, queste semplificazioni e facili definizioni non rappresentano altro che una violenza sulla violenza.

Chi subisce sistematicamente violenza fisica, sessuale, psicologica, è messa in una condizione di umiliazione e di alienazione da sé stessa che comporta spesso delle importanti ricadute sul proprio senso di identità personale. Molte donne, quindi, perdono la propria autostima. Perdono il contatto con le proprie opinioni, i propri bisogni e capacità. Non avere un buon senso di sé stessi significa diventare, progressivamente, incapaci di prendersi cura del proprio benessere e incapaci di reagire ai soprusi che altri perpetuano ai loro danni.

Di cosa hanno bisogno le donne per essere aiutate o per fare si che non entrino nei circoli della violenza? Hanno bisogno di spazi di ascolto, di sostegno sociale e culturale, di certezza della pena per chi compie reato.

Mer’e domu è un piccolo romanzo che spiega e racconta tutto questo, affinché un giorno (il più pesto possibile) non ci siano più Marie.